~ INCIDENTE COL PARACADUTE ~

 

 


 


 

 

 

Ovvero, un bel pacco chiuso !

Ecco di seguito il racconto...tutto vero e che mi riguarda...

 

Pisa-dicembre 1996 - Caserma Gamerra a Pisa (sede della SMIPAR ovvero la Scuola Militare di Paracadutismo).

Stiamo terminando il corso palestra quando apprendiamo la morte di un paio di paracadutisti strozzati (o meglio, impiccati) con le funi di vincolo. Colpa del tipo di uscita "rapida" ci dicono. Dobbiamo aspettare...

Andiamo al Reparto, io rimango a Pisa nel Plotone Trs e passano i mesi...senza lanci.

Immaginate solo un comandante di Plotone della Compagnia Comando e Servizi (bell'ambientino!) come si può sentire dovendo comandare ragazzi brevettatissimi...

Io ed altri accogliamo quindi la proposta di un ex maresciallo della Folgore che propone un corso di "ala vincolata" per prendere il brevetto TCL. Fantastico! Oltretutto, il corso si tiene in palestra, in caserma.

Teoria, fatta anche abbastanza bene e già mi entusiasmo: non prenderò il brevetto col tondo ma proverò la tecnica finora dominio dei soli professionisti!

Faccio diversi lanci con l'ala vincolata (una fune, tirandosi, mi apre la vela...) e fino lì, niente di particolare, neanche ho il ricordo esatto del mio primo lancio...

Ricordo invece il primo lancio comandato.

Parto, come di consueto da Lucca, aeroporto di Tassignano.

Il potente Pilatus, che ormai conosco bene, decolla dalla pista dove stavolta ho un timore in più: mi manca il cordone ombelicale...ora la "palla" passa a me. La mia vita è appesa alle mie mani (ed all'elettronica della Cypres che però interverrebbe a soli 300 metri di quota).

Si chiude una specie di "avvolgibile" di plastica che è l'unica barriera tra me ed il vuoto.

Ricordo che in quell'aereo c'erano anche dei paracadutisti brevettati, sarebbero usciti al turno successivo un chilometro più in alto.

Nell'aereo, gli altoparlanti interni suonano una classica canzone di Battiato (non ricordo bene quale...). L’atmosfera è surreale, ma che burloni questi paracadutisti!

Appena pronti al lancio a ben 2700 metri ("vedi, che fortunato che sei? Ti lanci bello alto!" disse l'istruttore).

Vai a sapere che di quell'imprevisto sovrappiù di 500 metri di quota ne avrei avuto estremo bisogno...

Mi dispongo seduto sulla sponda laterale dell'aereo con le gambe al vento...ci siamo...

L'istruttore grida: "motore" ed a quel punto sale l'adrenalina (come se prima fossi tranquillo!).

Una pacca, un grido: "via" e mi lancio.

Avevo avuto istruzioni per il primo lancio comandato di contare fino a milledieci e poi di aprire, a prescindere dalla quota raggiunta (evidentemente per il primo "comandato" non si è sicuri di riuscire a leggere l'altimetro).

Cerco di ottenere la "box position" ma non sono sicuro di esserci riuscito: vedo l'orizzonte un pò ovunque e non solo sotto di me! All'ultimo momento penso di avere l'orizzonte su un lato: sto "scivolando d'ala"...

Ma non c'è più tempo, i secondi passano....millennove...milledieci: apertura!

Tiro la maniglia (anzi, la palletta) e sento una botta sulle gambe! Il paracadute mi si è avvinghiato fin sopra gli stivaletti!!!!

Cosa  ho provato in quel momento? Non paura (non ne ho avuto il tempo), ma solo una gran sensazione di "scocciatura"!

Scocciatura di poter provare dolore, di non riuscire a fare l'emergenza, di rimanere invalido...forse di morire lentamente.

Ecco la mia "configurazione" dal basso verso l'alto:

-mia testa

-mie gambe con funicelle intrecciate

-pacco del paracadute che si muove come un forsennato rimanendo BEN CHIUSO

-pilotino

Vabbè che peso poco ma un pilotino è comunque insufficiente a farmi atterrare sano e salvo...

Per qualche secondo provo a districarmi ma la situazione non cambia: le funicelle rimangono sempre

avvinghiate.

Decido quindi senza esitazioni di eseguire la manovra di emergenza (così mi era stato insegnato e d'altronde, che avevo da fare di altro?). 

Tale manovra l'avevo provata tante volte a terra, fino alla noia...

In pratica dovevo tirare:

1) maniglia del principale (che deve sganciarsi)

2) maniglia dell'emergenza (che deve aprirsi e tranciare comunque le funicelle del principale)

In quei momenti sapevo benissimo che la cosa che dovevo temere di più erano le funicelle impigliate negli stivaletti militari da lancio: avrei fatto una bella "fiamma"...la prima e l'ultima della mia vita...

Fortunatamente il principale si sgancia e di colpo si apre l'emergenza! Do uno sguardo all’altimetro: segna 2200 metri.

Avevo perso mezzo chilometro di quota in pochi secondi. Ed avevo evidentemente contato troppo velocemente. Infatti, in dieci secondi avrei dovuto perdere un chilometro di quota e scendere dai 2200 metri a 1200 metri che è la quota classica di apertura della vela.

Ma lì per lì non ci penso, cerco le maniglie sopra le bretelle che mi tengono allacciato all'emergenza (che è comunque un'ala) e guardo quindi verso l'alto....!!!!

Il paracadute di emergenza è grande quanto una "tovaglia da 4 persone"!!!!

Mi spiegarono poi che la dimensione ridotta è dovuta al fatto che la vela ha porosità zero: meno maneggevole ma più compatto!

Prendo le maniglie, eseguo la sequenza di verifica della vela e pare che vada tutto bene.

Però non so dove sono, mi guardo intorno e non riconosco il paesaggio...

Nel girarmi noto però per l'ultima volta, il mio paracadute principale che, ben collegato al pilotino scende al mio fianco e mi sorpassa nella discesa.

Dopo un primo momento di sconforto dico tra me e me: "ma che me ne frega, sono vivo...finora!".

Subito dopo osservo il paesaggio proprio sotto ai miei piedi e vedo la striscia di decollo: non è vicina, atterro sicuramente fuori campo ma va bene così...

Nell'ultimo centinaio di metri della discesa però succede ancora qualcosa: il paracadute inizia a muoversi a destra e sinistra facendomi diventare un pendolo: l'unico albero in lontananza pare che mi faccia da elemento di disturbo. Vedo bene l'albero perchè, ovviamente cerco l’atterraggio controvento...

Penso ancora: "ecco, mi sono salvato in aria ma vado ad ammazzarmi in atterraggio".

Fortunatamente, nell'ultima ventina di metri la vela si stabilizza ed atterro senza oscillazioni.

Dovrei frenare all'ultimo momento per diminuire la velocità di discesa ed atterrare in piedi ma non me ne frega niente di "andare per il sottile": decido per un atterraggio tipo "tondo".

Tocco terra, fungo da aratro per qualche metro ma sono intatto!

Mi dirigo subito vero l'hangar dove trovo gli altri parà che sono forse più preoccupati di me.

L'istruttore mi chiede spiegazioni e parte la spedizione per riprendere il paracadute.

Mi è stato detto che il paracadute non è stato più trovato ("rubato" mi dicono...).

Inizialmente lo stesso maresciallo mi vuole addirittura addebitare la vela persa, mi consiglia comunque di lanciarmi subito ("non ti lancerai più altrimenti...").

Ma io per quella giornata "avevo già dato"...prendo la mia 127 e me ne torno a Pisa.

E' però sulla strada del ritorno che mi prende la fifa e decido di fermarmi per la strada prima di Lucca.

La scusa (soprattutto verso me stesso) è che sulla strada ci sono i russi che vendono materiale meccanico di cui io "vado ghiotto".

La settimana successiva sono tutto un dolore alla schiena: la forzatura della "box position" e l'apertura brusca del paracadute di emergenza (per semplicità, manca lo slider che riduce lo shock di apertura) mi hanno fatto rigirare in aria (da testa in giù a testa in sù).

La conseguenza è che ho uno strappo ai muscoli della schiena e per tutta la settimana in caserma mi iniettano il "muscoril". Una conseguenza curiosa è che in seguito a quelle iniezioni fatte chissà come, ho perso per sempre la sensibilità ad una parte della "chiappa"...

Il mese successivo prendo ancora il muscoril ma solo in bustine...

Mi sono sempre chiesto il perchè di quel problema (catalogato sul mio libretto lanci come "bag-lock"): inizialmente ho imputato la responsabilità a me che non tenevo correttamente la posizione all'atto dell'apertura.

Mi è stato poi detto (da altri) che il paracadute si dovrebbe aprire sempre, a prescindere dalla posizione (non è una certezza però, anche lo stesso pilotino, nei paracadute scuola viene "fiondato" lontano da una molla.

Devo quindi concludere che, forse, il problema è stato causato dalla cattiva piegatura del principale.

All'aeroclub di Lucca, all'epoca era previsto che chi si lanciasse con un paracadute provvedesse poi al suo ripiegamento (ma non era meglio che ci si lanciasse col paracadute ripiegato da sè?).

Teoricamente esistevano, ogni tot operazioni di piegatura degli step di controllo che dovevano essere confermati dagli istruttori.

Ma, purtroppo, tra i paracadutisti, la faciloneria era di casa e spesso molti erano convinti di saper piegare il paracadute correttamente e di non aver bisogno della conferma degli istruttori. Gli istruttori stessi, oltretutto erano molto impegnati (a parlare con i "professionisti" dei 3000 metri) e facevano perdere tanto tempo prima di avere la propria vela controllata in piegatura. Il dubbio dell'errata piegatura mi rimarrà per sempre.

Queste mie sono ovviamente supposizioni ma questo fa "scopa" perfettamente con la dichiarazione che mi fu fatta della perdita del paracadute (non mi piace ma mia nonna dice che a pensar male non si sbaglia mai...).

Io ricordo perfettamente il paracadute chiuso, scendere in velocità verso terra, frenato dal solo paracadute di emergenza: era impossibile non trovarlo...tra l'altro, il pilotino era "ben colorato" ed il colore "faceva a cazzotti" con il campo circostante...

Fatto sta che poi, verso settembre, i lanci militari ripresero ed io feci i cinque lanci di brevetto rinunciando anche a parte della licenza ordinaria (la fine della prima nomina era vicina). Come si vede dalla seconda foto, ormai ero tranquillissimo, cos'altro di peggio avrebbe potuto capitarmi?

 

  

 

Ricordo quel periodo con dispiacere perchè alcuni “paracadutisti” del mio corso, preferirono fare la licenza evitando i lanci....

Curiosa e triste la cosa, perchè si trattava di parte di quei "fucilieri assaltatori" di Cesano che un anno prima, incontrandoci a Pisa per le prove fisiche dissero a me "delle Trasmissioni": "ma tu sei operativo?"....

Mi congedai ma mesi dopo continuavo a lanciarmi, a Viterbo...(anche se nella foto qui sottto, del 1998, sono a Rieti)

 

 
Lesson learned (ovvero, ciò che ho imparato da questa esperienza):

Questo avvenimento mi ha insegnato due cose:

la prima è che per fare certe attività occorre essere estremamente calmi.

A distanza di anni, con la conoscenza del Training Autogeno me ne rendo conto: tante decisioni anche immediate sono prese con più cognizione di causa se esiste nella persona una condizione di "concentrazione passiva". Questo stadio di calma & attenzione è quello che si osserva ad es. nei caprioli in montagna (ma guarda che esempio...). Stanno tranquillamente a brucare come se nulla fosse ma basta un attimo e via! Scappano come...caprioli!

Le tecniche di rilassamento e concentrazione trovano ampio uso nell'attività sportiva sia dinamica (ad es. corsa ecc.) quanto "statica" tipo "tiro a segno di precisione". Suggerisco di provare il Training autogeno in un centro specializzato, tanto, finchè non si prova non se ne capisce la validità

la seconda è l'allenamento alle situazioni di emergenza. A distanza di oltre dieci anni ancora penso alla precisione con la quale eseguii la sequenza delle manovre di emergenza.

Provata tantissime volte a terra con tutta la serenità di questo mondo, sono stato in grado di replicarla esattamente a testa in giù e mentre precipitavo come un sasso ad oltre duecento chilometri l'ora. All'epoca queste continue e "stupide" prove mi sembravano una esagerazione...